Vent’anni dal ‘divorzio’ di Bertinotti e Cossutta: da allora oltre 20 scissioni a sinistra



Il 9 ottobre, ricorrono esattamente venti anni dalla caduta del primo Governo Prodi e dalla contestuale scissione di Rifondazione Comunista che diede vita al Partito dei Comunisti Italiani, il quale avrebbe appoggiato i successivi Governi guidati da Massimo D’Alema e poi da Giuliano Amato.

La scissione di Rifondazione Comunista avvenne precisamente l’11 ottobre 1998 e coinvolse un partito che aveva una consistenza rilevante, con l’8,6% ottenuto alle precedenti elezioni politiche, decine di parlamentari e un ruolo decisivo per la tenuta del Governo Prodi, che appoggiava dall’esterno con un accordo di “desistenza”.

Essa sarebbe stata solo la prima di una lunga serie di scissioni (ne abbiamo contate oltre 20) che avrebbero caratterizzato, in questi ultimi venti anni, la sinistra italiana, giunta nel frattempo a un ruolo piuttosto marginale nella scena Politica.

11 ottobre 1998: Cossutta lascia Rifondazione e Bertinotti, nascono i Comunisti Italiani
Il Governo Prodi I, nato nel maggio 1996, pur fra mille difficoltà, era riuscito ad arrivare indenne all’autunno del 1998. Ma sulla Finanziaria si manifestarono dei grossi problemi con Rifondazione Comunista, che pur non facendo parte dell’Esecutivo, aveva un ruolo decisivo nella maggioranza. I provvedimenti economici richiesti dal partito guidato da Fausto Bertinotti come segretario e da Armando Cossutta come presidente, non vennero accolti nel documento di finanza del Governo Prodi.

Così il Comitato Politico Nazionale del PRC del 2-4 ottobre 1998 decise di ritirare la fiducia al Governo e di passare all’opposizione. La mozione del segretario Bertinotti passò con il voto decisivo delle correnti trotskiste, da sempre all’opposizione interna e di una parte di ex cossuttiani, mentre oltre 1/3 del partito fedele al presidente Cossutta votò contro. Nel frattempo la maggioranza del gruppo parlamentare invece, fedele allo stesso Cossutta, respinse l’ipotesi di togliere la fiducia al Governo. Al momento delle dichiarazioni in Aula, il 9 ottobre, il capogruppo Olivero Diliberto annunciò che la maggioranza del gruppo parlamentare avrebbe votato a favore del Governo, mentre Bertinotti dichiarò invece la sfiducia: il Governo cadde per un solo voto.

Due giorni più tardi, l’11 ottobre, venne formalizzata la scissione: nasceva il Partito dei Comunisti Italiani, che avrebbe fatto parte dell’Ulivo ed avuto propri membri nei successivi Governi di centrosinistra: come segretario della nuova formazione fu eletto Armando Cossutta.

Nel frattempo Rifondazione Comunista, con ancora Bertinotti segretario, si collocò all’opposizione dei successivi governi di centrosinistra. Un ‘divorzio’ politico che non si sarebbe di fatto più ricomposto e che è stato l’inizio di una vera diaspora.

Le successive scissioni a sinistra fra il 2000 e il 2008
I primi anni dopo tale scissione furono tutto sommato “tranquilli” per lo meno sul piano interno: non vi furono ulteriori divisioni in seno ai due partiti comunisti. Se si eccettua che, nel gennaio 2000, il gruppo legato Michele Capuano uscì da Rifondazione per vita a Democrazia Popolare, la quale dopo pochi anni confluì nel PdCI di Cossutta.

Alle successive elezioni politiche del 2001 il PRC di Bertinotti ottenne il 5% correndo fuori dalle coalizioni, eleggendo 11 deputati e 3 senatori, mentre il PdCI di Cossutta e Diliberto (che nel frattempo era diventato segretario) ottenne l’1,7% anche se riuscì a eleggere 9 deputati e 2 senatori nel maggioritario con l’Ulivo. Nell’intera Legislatura entrambe le forze furono all’opposizione dei Governi di Berlusconi.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche del 2006, quando anche Rifondazione Comunista decise di far parte del centrosinistra (L’Unione), però dentro al partito di Fausto Bertinotti iniziarono vari ‘mal di pancia’, che già si erano palesati al Congresso 2005, quando circa il 40% degli iscritti ebbe posizioni critiche sull’ingresso nella coalizione che avrebbe appoggiato nuovamente Romano Prodi.

Nell’aprile del 2006 esce dal PRC una minoranza guidata da Francesco Ricci e Fabiana Stefanoni, che danno vita al Partito di Alternativa Comunista. Mentre due mesi dopo, a seguito del ritiro della sua candidatura al Senato, Marco Ferrando lascia il partito, dando vita al Partito Comunista dei Lavoratori. A novembre tocca invece a diversi esponenti prevalentemente campani, guidati da Luigi Izzo, a lasciare il PRC per creare l’associazione Unità Comunista.

Intanto con Rifondazione dentro al Governo iniziano i malumori anche sul piano parlamentare. Nel febbraio 2007 il senatore Franco Turigliatto viene allontanato dal PRC per non aver votato una relazione governativa sulla politica estera sulla base militare Usa di Vicenza e la missione italiana in Afghanistan. L’8 dicembre dello stesso anno, l’intera area di Turigliatto, fra cui anche il deputato Salvatore Cannavò, lascia il partito per dare vita a Sinistra Critica.

Proprio negli stessi giorni intanto nasce La Sinistra l’Arcobaleno, cartello che riunisce PRC, PdCI, Verdi e Sinistra Democratica. Quest’ultima formazione, guidata da Fabio Mussi, era nata nel maggio precedente dopo la fine dei DS e la decisione della parte più a sinistra della Quercia di non aderire al nascente Partito Democratico.

La sinistra dopo la dura sconfitta del 2008
A inizio 2008 cade il Governo Prodi e si va a elezioni politiche anticipate. Al voto del 13-14 aprile la Sinistra L’Arcobaleno tracolla, fermandosi a poco più del 3%, mentre le due liste presentatesi autonomamente e fra loro divise, PCL di Ferrando e Sinistra Critica, si avvicinano allo 0,5% ciascuna. Per la prima volta nella storia repubblicana non c’è alcuna componente nominalmente “di sinistra” in Parlamento. Fausto Bertinotti si ritira dalla vita politica e il progetto dell’Arcobaleno implode.

In particolare dentro Rifondazione Comunista si assiste a un congresso drammatico in cui si fronteggiano la posizione dell’ex ministro Paolo Ferrero, deciso a lasciare in vita il partito, e quella di Nichi Vendola, che propone la confluenza in un più ampio soggetto della sinistra. La mozione del governatore pugliese ottiene più voti, ma non ha la maggioranza assoluta, mentre Ferrero riesce ad essere eletto segretario grazie al sostegno delle minoranze di sinistra. Dopo sei mesi di convivenza difficile, nel gennaio 2009 Vendola fonda il Movimento per la Sinistra che è poi il preludio alla lista elettorale verso le europee di giugno, Sinistra e Libertà, a cui aderiscono anche PSI, Verdi, Sinistra Democratica e il gruppo “Unire la sinistra”. Quest’ultimo scissosi dal PdCI a inizio 2009, dopo che la mozione dell’ex ministra Katia Belillo e dall’ex europarlamentare Umberto Guidoni (già noto astronauta) aveva ottenuto circa il 13% nel congresso del partito di Diliberto. Mentre nel frattempo anche Sinistra Democratica subisce una scissione, con l’ex ministro Cesare Salvi, che rende autonomo il suo gruppo di Socialismo 2000, avvicinandosi a PRC e PdCI.

Intanto alle europee 2009 per la sinistra è una nuova debacle: Sinistra e Libertà si ferma al 3,1%, mentre la lista anticapitalista formata da PRC, PdCI e Socialismo 2000 ottiene il 3,4%. Percentuali che non permettono a nessuna delle due di superare lo sbarramento del 4%. Il preludio a nuove divisioni.

Il PdCI di Diliberto e il PRC di Ferrero provano a dar vita alla “Federazione della Sinistra”, che non diverrà mai un partito e naufragherà qualche anno più tardi. Mentre nel giugno 2009 il PdCI espelle Marco Rizzo, il quale fonda “Comunisti Sinistra Popolare”, che qualche anno più tardi diverrà Partito Comunista, rimasto da allora autonomo.

Ma anche il progetto di Sinistra e Libertà subisce delle trasformazioni. Il PSI esce dal percorso, mentre i Verdi fanno la stessa scelta ma dopo un congresso del novembre 2009 in cui la minoranza guidata da Loredana De Petris, decide di abbandonare il partito ambientalista per confluire nella nascente Sinistra Ecologia e Libertà. Ad essa aderiscono anche MpS di Vendola, SD di Mussi ed Unire la Sinistra: a dicembre SEL diventa partito con Vendola segretario.

Le evoluzioni della sinistra dal 2010 ai giorni nostri
Dopo l’intenso biennio 2008-2009 per qualche tempo le formazioni di sinistra restano stabili sul piano della composizione interna. Nel febbraio 2011 la corrente L’Ernesto di Fosco Giannini abbandona il PRC e confluisce nel PdCI.

Intanto alle elezioni politiche del febbraio 2013 Rifondazione e PdCI partecipano, con l’Italia dei Valori, a “Rivoluzione Civile” di Antonio Ingroia: il 2,2% alla Camera e l’1,8% al Senato non permettono loro di entrare in Parlamento. Mentre SEL si presenta col proprio simbolo alleata col PD, ottenendo poco più del 3% ed elegge oltre quaranta parlamentari.

A maggio 2013 c’è una fuoriuscita nel PdCI: Francescaglia e Arzarello lanciano l’appello “A Sinistra per l’Italia” aderendo prima a SEL e l’anno dopo al PD. A luglio finisce l’esperienza di Sinistra Critica, con la scissione che porta alla nascita di Sinistra Anticapitalista di Turigliatto e del gruppo Solidarietà Internazionalista. Mentre a ottobre nel PRC c’è una fuoriuscita che dà vita all’associazione “ControCorrente per una Sinistra dei Lavoratori”.

Intanto Diliberto lascia la guida del PdCI e la vita politica: tale partito nei mesi seguenti non parteciperà a L’Altra Europa con Tsipras, a cui aderiscono invece SEL e PRC. La lista alle Europee 2014 supera il 4% ed elegge 3 eurodeputati ma non evolve in un soggetto unitario.

Poche settimane dopo è SEL a subire una scissione: Gennaro Migliore e una decina di parlamentari fondano LED, in appoggio al Governo Renzi e da lì a breve aderiscono al PD. Mentre a partire dall’autunno 2014 inizia il processo di uscita dal PRC dell’area Essere Comunisti, alcuni entrano direttamente in SEL, altri tramite “Sinistra Lavoro” aderiranno in seguito al percorso che porterà alla nascita di Sinistra Italiana. Altri ancora invece si avvicineranno al PdCI, che nel frattempo (novembre 2014) cambia nome in Partito Comunista d’Italia e poi nel 2016 si evolve in Partito Comunista Italiano, guidato da Mauro Alboresi.

Fra fine 2015 e inizio 2016 intanto da Rifondazione escono prima il gruppo di Fronte Popolare e poi l’area FalceMartello, la quale fonda Sinistra Classe Rivoluzione.

Nel 2015 iniziano le uscite dal PD ormai renziano. A maggio esce l’area di Pippo Civati, che dà vita a Possibile. Mentre a giugno se ne va Stefano Fassina, che fonda l’associazione Futuro a Sinistra. Essa, a seguito dall’uscita del PD pure di Alfredo D’Attorre a novembre, è fra i fondatori di Sinistra Italiana, a cui aderiscono anche Sinistra Lavoro, il gruppo di ACT e soprattutto SEL di Fratoianni, che si scioglie formalmente a inizio 2017.

Ma tale percorso unitario è piuttosto incidentato. A febbraio 2017 infatti vi è la scissione più consistente dal PD, quella di Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Enrico Rossi e Roberto Speranza: essi danno vita ad Articolo Uno-Movimento Democratico e Progressista, a cui partecipano da subito anche alcuni ex-SEL (fra cui il capogruppo alla Camera Arturo Scotto) ormai in rotta con Sinistra Italiana. Altri fra gli ex SEL invece danno vita a Campo Progressista, guidato dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia, soggetto che interrompe però il proprio percorso a gennaio 2018 quando è evidente l’impossibilità di unire l’intero centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 4 marzo.

Alle elezioni Politiche la sinistra corre divisa in due distinti cartelli: Liberi e Uguali che riunisce Sinistra Italiana, Possibile e Articolo 1-MDP ottiene il 3,4%, mentre Potere al Popolo unisce diversi centri sociali con Rifondazione, PCI e Sinistra Anticapitalista e prende l’1,1%. Due percorsi che fra mille distinguo dei ‘soci fondatori’ stanno faticando molto, in queste settimane, a diventare veri e propri soggetti politici unitari.

Vent'anni dal 'divorzio' di Bertinotti e Cossutta: da allora oltre 20 scissioni a sinistra

fonte, Blasting pop



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