La morte misteriosa del giornalista Jamal Khashoggi e il suo ultimo editoriale



Emergono dettagli raccapriccianti sul sempre più probabile omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista e dissidente saudita di cui non si hanno notizie dal 2 ottobre scorso. Gli investigatori turchi – secondo quanto riporta La Stampa – hanno fatto trapelare nuovi dettagli dell’uccisione di Jamal Khashoggi ai media locali. Il giornalista e dissidente saudita sarebbe stato torturato e fatto a pezzi all’interno del consolato a Istanbul «mentre era ancora in vita». Il quotidiano filo-governativo turco Yeni Safak cita una registrazione audio di quei momenti da cui risulterebbe anche la presenza del console Mohammed al-Otaibi, ripartito ieri per Riad.

A Khashoggi sarebbero state prima tagliate le dita, poi sarebbe stato decapitato, fatto a pezzi e forse sciolto nell’acido. Secondo altri media «Khashoggi è stato depezzato dall’esperto di autopsie Salah Al Tabiqi, in 7 minuti, mentre ascoltava musica, ci sono registrazioni».

Questo l’ultimo editoriale di Jamal Khashoggi pubblicato dal Washington Post nelle scorse ore e rilanciato in Italia dal sito di Repubblica. “Il mondo arabo sta vivendo la sua versione della cortina di ferro, imposta dalle stesse forze che governano. Avremmo bisogno di una nostra versione dei vecchi media transnazionali, per poter essere informati su ciò che succede nel mondo. Più importante, dobbiamo creare una piattaforma per le voci arabe. Soffriamo la povertà, mala amministrazione e bassa educazione. Creando un forum globale, indipendente dai governi nazionalisti che diffondono l’odio attraverso la propaganda, la gente ordinaria potrà capire autonomamente i problemi della propria società”.

E’ la chiusura dell’ultimo editoriale di Jamal Khashoggi, il giornalista scomparso nel consolato saudita di Istanbul, pubblicato oggi, 18 ottobre, sul Washington Post. Un duro attacco allo stato del mondo arabo, dominato da governi autoritari che con la violenza controllano i media e distorcono l’opinione pubblica attraverso la propaganda. Un mondo in cui i governanti tentano in tutti i modi di zittire le voci libere e indipendenti, attraverso arresti, minacce e licenziamenti. E spesso, come successo allo stesso Khashoggi, punendo le voci critiche con la morte.

L’analisi di Khashoggi parte da un punto abbastanza doloroso: secondo il rapporto “Freedom in the World”, nel 2018 solo un Paese del mondo arabo è stato dichiarato libero: la Tunisia. Giordania, Marocco e Kuwait sono stati dichiarati parzialmente liberi. Il resto dei Paesi arabi sono classificati come “non liberi”. Ciò significa che gli arabi, non per colpa loro, non sono informati o sono male informati, e non possono analizzare e discutere liberamente dei loro problemi quotidiani. La narrazione voluta dallo Stato domina l’opinione pubblica e la maggior parte della popolazione è vittima di questa falsa narrativa.

Il giornalista vede nelle Primavere arabe del 2011 una grande occasione persa: “Giornalisti, accademici e in generale la popolazione pensavano che le cose sarebbero cambiate, si sperava in una società libera, emancipata dall’oppressione dei governi e dalla censura”. Le cose però non sono andate così: “La situazione è rapidamente tornata uguale a come era prima, e spesso è peggiorata”. I governi hanno quindi iniziato a censurare i media, arrestando i giornalisti (e qui fa l’esempio del suo amico Saleh al-Shehi, condannato a cinque anni di reclusione per aver criticato il regno saudita), chiudendo i media, imponendo un forte blocco di internet. Sono poche le eccezioni citate da Khashoggi: il governo del Qatar, ad esempio, continua supportare le notizie internazionali, in contrasto con le politiche dei suoi vicini che supportano il vecchio ordine arabo. Neanche in Tunisia, Kuwait e Libano (tradizionalmente la nazione araba con la più ampia libertà di espressione) i media sono totalmente liberi e trattano argomenti internazionali. Spesso di concentrano esclusivamente sui problemi interni.

Per concludere, Khashoggi si augurava la creazione di un grande forum di voci arabe indipendenti in grado di poter parlare liberamente dei problemi che colpiscono le diverse nazioni. Un pensiero che alle autorità saudite, e non solo, non è mai andato giù. Un pensiero che Jamal Khashoggi ha tristemente pagato con la vita.

 



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