Gomorra e la scena finale: Sangue Blu come i “Capelloni” di Forcella



Buttarono giù il baby-boss rivale e noleggiarono un gommone per andare a brindare in mezzo al mare con una bottiglia di champagne. Altro che Gomorra 3. Basta tornare indietro di qualche anno e ci si rende conto che la realtà è ben più spietata e, a tempo debito, vede la giustizia fare il suo corso. Anzi bisognerebbe aggiungere che l’ultima scena della terza stagione della celebre serie tv, quella che vede Genny Savastano uccidere Ciro Di Marzio sotto lo sguardo fiero di Sangue Blu e dei suoi seguaci, si è ispirata probabilmente a questa storia che ora vi racconteremo. Una storia che, in sostanza, vede il clan reale e quello della fiction andare a festeggiare in barca la vittoria sugli odiati rivali.

Estate 2015. Il 9 giugno la Squadra Mobile di Napoli esegue una maxi operazione a Forcella portando dietro le sbarre oltre 60 affiliati alla famigerata “paranza dei bimbi” il cartello composto dalle famiglie Giuliano-Sibillo-Amirante-Brunetti che nel giro di pochi anni avevano ripreso in mano gli affari illeciti della zona, dichiarando guerra al potente clan Mazzarella e ai suoi alleati, la famiglia Del Prete.

Quel giorno all’appello, tra gli altri, mancavano i due esponenti di spicco della “paranza dei bimbi” i fratelli Lino ed Emanuele Sibillo. “Irreperibili” ma sempre presenti tra i Decumani, Forcella e le Case Nuove. Dovevano continuare a farsi vedere in giro per far capire e ribadire ancora una volta chi comandava nonostante gli arresti. Qualcosa però inizia ad andare storto e i Buonerba, una famiglia che gestiva una piazza di spaccio di via Oronzio Costa, decide di ribellarsi e non pagare più la tassa per assicurasi lo spaccio nella zona.

Forti dell’appoggio di Maurizio Overa, elemento di spicco all’epoca del clan Mariano dei Quartieri Spagnoli e amico dei Mazzarella, i “Capelloni” mantengono il punto e iniziano la loro personale guerra contro una paranza decisamente indebolita. Passano giorni e i fratelli Sibillo, appoggiati da un gruppetto di minorenni spietati, tra i quali spiccava Antonio Napolitano, alias ‘o Nannone, si presentano quasi tutte le notte in via Oronzio Costa per ribadire chi comanda e convincere i Buonerba a pagare il pizzo. Si susseguono stese, tentativi di agguati dove restano feriti (siamo al 29 giugno) ‘o Nannone e altri due minori (Mattia Campanile e Taieb D’Andrea).

I Sibillo decidono così di vendicare l’affronto subito e qualche sera dopo, esattamente il 2 luglio, vanno nuovamente in via Oronzio Costa per una nuova stesa intimidatoria. Questa volta però qualcosa va storto. I Buonerba non si sono fatti trovare impreparati e, nascosti dietro le finestre delle abitazioni, iniziano a sparare all’impazzata. Ne nasce un conflitto a fuoco impari, dove ad avere la peggio sono i giovani della “paranza dei bimbi” che scappano veloci a bordo di scooter di grossa cilindrata.

Gennaro Buonerba

Emanuele Sibillo, 19enne e considerato il capo dei baby-criminali, viene ferito mortalmente alla schiena. Inizia una corsa disperata al vicino pronto soccorso dell’ospedale Loreto Mare. Ma non c’è nulla da fare. Il baby-boss è già cadavere quando manca poco all’arrivo e viene “scaricato” all’esterno del nosocomio di via Vespucci.

Le indagini condotte successivamente dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli hanno fatto piana luce sull’accaduto. Decisive le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Overa che ha aiutato i magistrati a ricostruire quelle settimane che hanno fatto ribattezzare via Oronzio Costa come
Baghdad. Overa in quel periodo era ospitato dalla famiglia Buonerba. Fu lui poi a mettere a disposizione il gommone che Gennaro Buenerba e i suoi fedeli sodali utilizzarono per festeggiare l’omicidio di un “pezzo grosso”.

Ieri, giovedì 8 marzo 2018, Gennaro Buonerba, Antonio Amoroso, Luigi Criscuolo e Andrea Manna sono stati condannati all’ergastolo dal giudice dell’udienza preliminare Paola Piccirillo. A nulla è valso il rito abbreviato scelto dagli imputati per provare a strappare uno sconto (fino a un terzo) della pena. Il gup ha accolto le richieste del pm della Direzione Distrettuale Antimafia Francesco De Falco, che ha condotto l’inchiesta insieme con il pm Henry John Woodcock. Lo “sconto di pena” concesso dal giudice in considerazione del rito abbreviato è consistito nell’eliminazione dei sei mesi di isolamento diurno. Dodici anni è la condanna inflitta al pentito Maurizio Overa, che ha beneficiato dello sconto di pena riconosciuto ai collaboratori di giustizia.

Queste le parole di Maurizio Overa ai magistrati:

 “Raggiunsi Andrea Manna alla Riviera di Chiaia, dove lo trovai insieme a Luigi Criscuolo, Gennaro Buonerba e questo ragazzo di nome Antonio. Ricordo bene che era il tre luglio e che Andrea Manna mi raccontò che erano stati loro a commettere l’omicidio di Emanuele Sibillo e mi chiese appoggio. Io gli diedi le chiavi di casa mia e li ospitai per tre giorni. Diedi disposizioni al proprietario di un bar di offrire ai quattro ragazzi tutto ciò che volevano a mie spese. Mi chiesero di fittargli un gommone da un ormeggiatore che conoscevo, all’altezza di Santa Lucia, di fronte al vecchio Club 21. Pagai il fitto del gommone, Gennaro Buonerba lasciò i suoi documenti al titolare dell’ormeggio per garanzia. I quattro mi chiesero anche di fornirgli anche una bottiglia di Champagne e quattro bicchieri di cristallo che servivano per brindare sul gommone”.



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