Quando l’antica tecnica del kintsugi insegna l’importanza della fragilità: abbiamo solo da imparare



Alzi la mano a chi non è capitato di rompere un piatto, un vaso, un contenitore di ceramica e di rimanerci malissimo, perché pensavamo che non c’era più possibilità di ripararlo. Ci sbagliavamo.

Non c’eravamo ancora imbattuti nell‘arte giapponese del kintsugi  (letteralmente oro ‘kin‘ e riunire, riparare, ricongiunzione ‘tsugi‘) che fa l’esatto opposto: evidenzia le fratture, le impreziosisce e aggiunge valore all’oggetto rotto. Ma come?

Scorri verso il basso per scoprire l’incredibile arte del kintsugi!

Il kintsugi, per riunire i pezzi di un oggetto rotto, utilizza metalli preziosi, oro, argento liquido o lacca con polvere d’oro. Tradizionalmente, il collante usato è la lacca urushi, che si ricava dalla pianta Rhus  verniciflua.

I cinesi la utilizzavano da millenni e in Giappone, nella Tomba Shimahama, nella Prefettura di Fukui, sono stati trovati oggetti laccati come pettini e vassoi, usati nel periodo Jomon circa 5.000 anni fa. Inizialmente questa linfa appiccicosa era utilizzata, per le sua qualità adesive, per costruire armi da caccia e da guerra. Poi ha avuto nuove utilizzazioni.

Questa antica tecnica potrebbe essere stata inventata intorno al XV secolo, quando Ashikaga Yoshimasa, ottavo shogun dello shogunato Ashikaga, dopo aver rotto la tazza di tè preferita, l’ha inviata in Cina per farla riparare.

All’epoca, le riparazioni avvenivano, purtroppo, con legature metalliche poco estetiche e funzionali. La tazza sembrava perduta ma poi il colpo di genio… il suo proprietario ha deciso di ritentare la riparazione affidandola ad alcuni artigiani giapponesi.

Questi, sorpresi dalla tenacia dello shogun, hanno deciso di provare a trasformarla in un oggetto – gioiello, riempiendo le crepe con resina laccata e polvere d’oro. La leggenda è plausibile perché ha datato la nascita del kintsugi in un periodo molto fecondo per l’arte in Giappone.

Ancora oggi, per riparare i pezzi più grandi e pregiati con la tecnica kintsugi, considerati i passaggi necessari ed il tempo di essiccazione, può occorrere fino a un mese. Ma il risultato è davvero incredibili, gli oggetti sono riportati a nuova vita.

Ma la bellezza di questa tecnica suggerisce paralleli suggestivi. Non si deve buttare ciò che si rompe. Il rompere non è più sinonimo di fine perché  le fratture diventano trame preziose, desiderio di recuperare, e dall’arte si passa all’esperienza di vita.

Ed in effetti ognuno di noi, nel proprio piccolo,  dovrebbe cercare di reagire, dopo il momento di smarrimento, in maniera positiva agli eventi traumatici, di crescere attraverso le proprie esperienze difficili, di valorizzarle e di condividerle.

Ed è forse questa la vera essenza del kintsugi: abbracciare il danno, non vergognarsi delle ferite e convincersi che sono proprio queste che rendono ogni persona unica, preziosa.

Guarda il video dell’arte del kintsugi



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